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Dall’amaro al dolce

Il melangolo precede l’arancio

Mar
17
Mag '11

Chi riuscirebbe a immaginare una Sicilia senza la distesa dorata dei suoi aranceti?

Eppure, fino alla metà del 1500, in Europa non c’è traccia della coltivazione di questi alberi da frutta, che compaiono per la prima volta nei dintorni di Lisbona (Sarà per questo che, nei dialetti meridionali, l’arancia è chiamata “portuallo”?)

Per la verità gli Arabi e, in seguito, i cavalieri di ritorno dalle Crociate avevano già portato con sé un frutto dall’aspetto molto simile all’arancio: il melangolo, o pomo degli angeli, che un vescovo del 1200 definì “pomo de Paradiso proveniente da Terra Santa”. Il vero punto di forza del frutto, chiamato oggi arancio amaro, non era però il suo sapore, aspro e piuttosto forte, ma lo squisito aroma delle sue bucce che, utilizzate da subito per cordiali e rosoli, costituiscono ancora oggi la base aromatica di famosi liquori, come il Grand Marnier francese o il curaçao olandese.

Dell’arancia dolce, invece, si utilizza proprio tutto: il succo dissetante, le bucce per farne cordiali e pregiate acque di profumo agrumate, il frutto intero che, trafitto da due o tre chiodi di garofano, costituisce un efficace “profumatore” e un antitarme naturale, da mettere negli armadi della biancheria. In quanto ai profumatissimi fiorellini bianchi, nei tempi passati non c’era donna che non avesse in borsetta “l’acqua di arancio”, ottenuta dalla loro infusione e considerata un vero toccasana per emicranie e mancamenti.

Oggi la zàgara (dall’arabo al zaquàr o fiore bianco) è nota soprattutto per il simbolismo che riguarda il matrimonio, e ricorda il lontano gesto di una giovane sposa siciliana che, in mancanza di altri più preziosi ornamenti, intrecciò una coroncina di fiori d’arancio per trattenere il suo velo nuziale.

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