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Una pianta nordica…ma non troppo.

L’erica colora la brughiera

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Mar '11

Abituati ad associare l’erica con le grandi distese fiorite della Scozia o dell’Irlanda, potremmo stupirci nell’apprendere che la pianta è originaria del Sudafrica. In effetti, il serbatoio botanico primitivo ha sempre conservato la sua importanza, anche se, dopo il suo arrivo in Europa, si sono ottenute, in Inghilterra e in Germania nuove varietà di erica, meglio adattate a condizioni di vita più…. spartane. Giuseppina Bonaparte, che, accanto ad una famosa collezione di rose, ospitava nei suoi giardini della Malmaison anche una bella raccolta di eriche, non esitava infatti a dividere con un vivaista inglese le spese necessarie per mantenere una collezione di eriche in Sudafrica: un’alleanza basata sulla comune passione, che funzionava malgrado Francia ed Inghilterra fossero, all’epoca, ai ferri corti.

La brughiera, che prende il nome da una piccola erica chiamata comunemente brugo, era un tempo abbastanza diffusa anche nella Pianura Padana, prima di essere praticamente distrutta dalla bonifica. Le modifiche ambientali ebbero ripercussioni perfino sull’attività delle api, dal momento che le campanelle purpuree del brugo, ricchissime di nettare, fornivano la materia prima per un miele scuro e denso, molto apprezzato. In altre zone d’Italia, soprattutto quelle montuose, si può trovare anche un’erica detta scopina, il cui nome indica chiaramente l’uso che si fa (o si faceva) dei suoi rami. La parte più interessante della pianta, però, è la radice, o radica, utilizzata per fare i fornelli di pipe pregiate. Questa lavorazione ha costituito, per la maggior parte del XIX secolo, una delle poche fonti di reddito delle nostre regioni meridionali, (era famosa la manifattura di Reggio Calabria). L’attività fu però spostata definitivamente in Inghilterra alla fine del 1800, con le conseguenze prevedibili sulla già scarsa economia del Meridione.

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