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Romeo e Giulietta a Babilonia

I rossi frutti del gelso ricordano un equivoco mortale

Mar
22
Feb '11

Chi ha avuto la fortuna di passare un po’ di tempo in campagna, magari a casa dei nonni, avrà certamente incontrato un albero di gelso nero, sulle cui ruvide foglie a cuore spiccano, alla fine dell’estate, le grandi more dal sapore aspretto e squisito che, a coglierle, lasciano le dita macchiate di un rosso vivo quasi indelebile.

L’origine leggendaria del gelso nero è descritta nelle sue Metamorfosi da Ovidio, che ancora una volta, ci racconta una storia d’amore e di morte. A Babilonia viveva una coppia di innamorati, Piramo e Tisbe, che, costretti a incontrarsi di nascosto per l’ostilità delle famiglie, si erano dati appuntamento fuori della città, nei pressi di una sorgente dove cresceva un grande gelso carico di frutti bianchi. Tisbe, arrivata per prima, si spaventò nel vedere una leonessa con le fauci sporche di sangue, che era venuta ad abbeverarsi, e fuggì via, perdendo il suo velo, che fu afferrato e lacerato dalla belva. Piramo arrivò, trovò a terra il velo insanguinato e ne trasse una conclusione funesta. Disperato per la presunta morte dell’amata, sentendosi colpevole per non averla preceduta e protetta, Piramo si pugnalò a morte. Intanto Tisbe, tornata cautamente indietro sul luogo dell’appuntamento, in un primo momento non lo riconobbe, perché i candidi frutti del gelso erano diventati rossi come il sangue. Vedendo poi a terra il velo e il pugnale insanguinato, Tisbe capì tutto e si uccise, non prima, però, di aver chiesto agli dei di conservare ai frutti del gelso il loro nuovo colore rosso, in memoria di tanto sangue versato per amore.

Se il gelso nero ha alle spalle una vicenda romantica, il gelso bianco, anch’esso presente oggi nei nostri campi, ha vissuto una storia avventurosa, legata alla preziosa seta proveniente dalla Cina. Per molto tempo, ai mercanti europei che affrontavano lunghi e faticosi viaggi per acquistarla, fu fatto credere che si trattasse di una fibra vegetale, finchè scoprirono che la seta, era, sì, legata al gelso bianco, ma solo perché i bachi, prima di “filare” il loro bozzolo, si nutrivano esclusivamente delle foglie di questo albero. Erano le foglie, quindi, a renderlo prezioso, e non i frutti, anche se le more del gelso bianco sono dolcissime e buone da mangiare.

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